Beni comuni e federalismo

Sabato 06 Dicembre 2008 - politica, Vicenza e medio vicentino,

Di seguito l'intervento No dal Molin al convegno ‘Chi governa le città Per un federalismo dei beni comuni’.

Lista civica "Vicenza Libera - No Dal Molin"



Potrebbe apparire singolare un convegno sul federalismo e sull'autogoverno locale in una città che in molti hanno ritenuto sempre accondiscendente e troppo impegnata nelle proprie laboriose attività per preoccuparsi delle vicende politiche; la città a cui alcuni hanno pensato bene di assegnare una delle più gravose servitù militari d'Italia, ritenendo che essa l'avrebbe accettata con indifferenza e disinteresse.

Potrebbe sembrare perfino banale ricordarlo, ma è chiaro che la discussione di oggi nasce grazie ad un percorso, quello legato alla opposizione alla costruzione della nuova base al Dal Molin. Lotta che da oltre due anni, oltre ad esprimere una mobilitazione fisica, ha tentato di interpretare in maniera innovativa i suggerimenti che la vicenda legata al Dal Molin proponeva.

Ed è grazie a questa vicenda che noi, oggi, possiamo discutere di federalismo in questa città con cognizione di causa: perché, anche se la politica nazionale non se n'è accorta - o non se n'è voluta accorgere - Vicenza ha dato vita ad una pratica innovativa di federalismo dal basso, respingendo con determinazione l'imposizione di uno Stato centralista e autoritario.

Fin dall'inizio questa vicenda avevamo deciso di leggerla attraverso le lenti d'ingrandimento della complessità. Un modo per decifrare, decodificare le profonde contraddizioni emerse a seguito del progetto di costruire una nuova struttura militare statunitense, l'ennesima nel nostro territorio, e allo stesso tempo rifiutare le semplificazioni, addirittura le banalizzazioni con cui si è voluta camuffare la decisione di imporre questa scelta.

Abbiamo centrato il nostro ragionamento di opposizione alla nuova base militare su tre temi: democrazia, pace, difesa dei beni comuni che, irrimediabilmente, richiamano alla quotidianità delle comunità, alla sua capacità di poter determinare il proprio futuro, alla necessità di costruire strumenti di partecipazione orizzontali e, quindi, in qualche modo federativi.

Il movimento sorto a Vicenza è trasversale per definizione: quel che è nato nei mesi è un foedus, un patto tra individui, tanto diversi tra loro quanto capaci, riconoscendosi reciprocamente, di elaborare percorsi comuni per raggiungere obiettivi collettivi. Un ragionamento entrato nell'immaginario collettivo, che ha prodotto un processo di rielaborazione, soggettivo e collettivo, dei percorsi, dei linguaggi, delle pratiche di ognuno di noi..

Vicenza è diventata un vero e proprio laboratorio, ed è giusto che proprio da qui si sviluppi un percorso innovativo sul terreno della sperimentazione politica e della ridefinizione del senso stesso del termine democrazia. Abbiamo subito sulle nostre teste l'arroganza e l'ottusità, rigorosamente bipartisan, di un potere centrale che si dimostra insensibile alle ragioni di un territorio, alla comunità che vi abita e all'ente locale che l'amministra.

Avvertiamo ancora una forte sensazione di ingiustizia per il colpo di mano con cui il Consiglio di Stato impose l'annullamento della consultazione popolare sul Dal Molin, promossa dall'amministrazione locale; ma abbiamo ancora nel cuore il calore delle decine di migliaia di persone che, quella sera stessa, in una Piazza dei Signori gremita come mai, convocarono il referendum autogestito, garantendo alla città il diritto di esprimersi.

Il federalismo è patto tra autonomie. In questo caso l'autonomia locale si è rapportata fruttuosamente con l'autonomia dei movimenti. Oggi, per quel che ci riguarda, siamo qui anche per discutere di cosa significhi declinare praticamente il risultato di quella bellissima giornata di democrazia. Riprendendo il testo del quesito, ma soprattutto riprendendone il senso, lo spirito, vogliamo poter dare risposta a quello che migliaia di cittadini, di uomini e donne di questa città, hanno chiesto quel cinque di ottobre. Il caso Dal Molin è diventato l'emblema della distanza tra governo e territorio, e ha visto una comunità che con grande orgoglio ha saputo far sentire la sua voce a difesa dei propri beni comuni offrendo quindi nuovi scenari e rinnovate chiavi interpretative.

Una vicenda che continua ad interrogarci, che ci costringe ad affinare costantemente sia l'analisi che la pratica. Dopotutto, è nella natura di un movimento non rimanere fermo.

Federalismo e beni comuni, dice il titolo di questo convegno. Bene, cosa significa allora affrontare qui, in quella che è stata definita nel documento introduttivo la culla delle chiacchiere sul federalismo, un tema come questo?

Quanto incide la problematica della ridefinizione dei rapporti tra potere centrale e autonomie locali nel nostro percorso e nella nostra vicenda? Secondo noi tanto, ed è per questo motivo che siamo stati, con entusiasmo e convinzione, tra i promotori iniziali e fautori di questo convegno.

Discutere del nodo del federalismo, di come oggi è affrontato ma soprattutto praticato (o meglio, non praticato), non è esercizio sterile, anzi. Noi lo facciamo partendo dalla considerazione, ampiamente richiamata quest'oggi, che, proprio per la sua complessità, la questione della riforma dell'architettura istituzionale non può essere racchiusa e svilita dentro la definizione delle norme attuative dell'art. 119 del Titolo V° della Costituzione, ovvero la cosiddetta questione del federalismo fiscale, né che il dibattito conseguente possa rimanere lontano dalla realtà, dai contesti concreti, reali, dalla società, ad appannaggio di una ristretta cerchia di ‘esperti del settore’. Vogliamo invece essere protagonisti attivi di questa discussione, cercando di intrattenere relazioni con chi, nel campo giuridico e normativo, cos“ come sul terreno politico e sociale, sente la nostra stessa esigenza.

Noi vogliamo che l'iniziativa di oggi non sia un evento fine a sé stesso, magari culturalmente interessante, ma incapace di proporre iniziative concrete, reali.

Se siamo qui oggi, è perché pensiamo che questo momento di discussione possa produrre qualcosa di positivo e concreto sia rispetto alla discussione generale sul tema affrontato, sia a quella specifica che fa da sfondo a questa giornata, richiamata all'inizio del mio intervento, la questione Dal Molin.

Qualcosa di positivo, una proposta operativa che sia in grado di unire reti territoriali, istituzioni, comitati e movimenti, attorno all'elemento cruciale della definizione dei poteri di governo di un territorio, a dispetto dei modelli di governo centralistici ed autoritari, che oggi invece registriamo. Una scommessa impegnativa ma molto suggestiva e stimolante, che può trovare consenso ben oltre gli stretti confini locali. Un percorso serio, ricco di contributi e spunti, capace di arricchire e dare strumenti a chi su questi temi ha prodotto non solo elaborazione teorica ma anche sperimentazione pratica, conflitto. Oggi temi quali quelli dell'autogoverno, della riscrittura delle competenze tra i vari livelli istituzionali, della sussidiarietà orizzontale e verticale, debbono essere tradotti sia sul piano normativo che su quello sociale. Noi, come movimento, come parte di quella rete che oggi qui si ritrova, fatta di amministratori cos“ come da normalissimi cittadini, contribuiremo come sempre abbiamo fatto, raccogliendo gli spunti ed i suggerimenti, proponendo soluzioni e iniziative concrete, e facendo in modo che queste poi diventino reali strumenti in grado di sostenere e arricchire il nostro percorso, per riaffermare il diritto ad essere riconosciuti pienamente quale comunità di cittadini e non di sudditi. Proviamo a leggere cosa ha rappresentato la consultazione popolare negata dal Consiglio di Stato: la capacità dei cittadini, insieme all'amministrazione, di costruire un intreccio forte di conflitto con il governo centrale, di rivendicare e praticare autogoverno.

Galan l'altro ieri ha dichiarato che la VIA non si farà perché non è utile, parole simili a quelle che Costa aveva utilizzato per definire la consultazione ‘inopportuna’.

La risposta a questo rifiuto l'abbiamo nello spirito del cinque ottobre, in quello che si faceva, in quell'atmosfera che si respirava sotto i gazebo. Oggi si deve, a nostro avviso, avviare un lavoro comune per costruire una V.I.A. dal basso, con la stessa autorevolezza di quella governativa, a tutt'oggi negata.

Dovrebbe essere compito primario dello Stato la tutelare dei suoi cittadini: se questo non avviene, come in questo caso, dobbiamo essere noi ad autotutelarci.

Ben venga quindi la proposta di elaborare un disegno di legge d'iniziativa popolare su questa necessità di definire, anche in una logica di contrapposizione, il rapporto tra istituzioni locali e Stato, sul quale aprire ed allargare immediatamente una discussione che attraversi i territori, che costruisca attorno a sé consenso e mobilitazione. Già questa è una prima risposta a quella domanda dei cittadini di cui parlavo precedentemente. Però facciamolo, inventiamoci le forme. Noi proponiamo di creare una struttura leggera, un'associazione territoriale, che abbia il limitato, seppur fondamentale compito di redigere materialmente il testo del pdl e di avviare e seguire l'iter per la raccolta e la consegna delle firme.

Se patto con gli altri livelli di governo deve essere, non ci accontentiamo di essere semplici spettatori, vogliamo essere parti in causa, protagonisti nella sua stesura, travasando in questo tutto l'esperienza di quasi tre anni di mobilitazioni, di elaborazioni e di sperimentazioni sul campo.

Vicenza ha rappresentato, negli ultimi anni, la sorpresa per ognuno di noi di trovarci a fianco del vicino di casa, del collega di lavoro o del compagno di scuola, con l'obiettivo comune di difendere il nostro territorio.

Quest'esperienza ci insegna che è tempo di riprenderci il nostro spazio e il nostro tempo: a partire dalla vicenda Dal Molin, non dovranno più esistere questioni nelle quali i cittadini non abbiano voce in capitolo.

Pensiamo, e la giornata di oggi ne è dimostrazione, che quanto successo qui in questi due anni, possa essere patrimonio di molti. Perlomeno di coloro che s'interrogano, che cercano risposte, che si mettono in discussione dentro e fuori le istituzioni. Vogliamo chiudere, dopo le proposte di oggi, con alcune domande, che ci siamo posti e che vi poniamo: scusate, ma è concepibile che un progetto che decide e stravolge l'assetto futuro di una città sia deciso sopra e contro la comunità che deve poi subirlo? Se siamo convinti che non possa essere cos“, non è forse un dovere morale, un principio insieme etico e politico, di non rimanere spettatori ma cercare di trovare un proprio protagonismo, di essere parte in causa in questo percorso? E per concludere, non è forse intuibile quanto l'esito di quello che sta avvenendo in questa città si riverberi pesantemente ben oltre i suoi stessi confini? Su questo cerchiamo contributi.



Siamo convinti che anche attraverso questo si possa costruire un futuro diverso, per noi e per le generazioni che verranno.

Buon lavoro a tutti noi.

a cura di: Comitato t.t. O. e A.v.