RITROVIAMO LE NOSTRE RADICI DI UMANISMO, DI MIGRANTI, DI PENSATORI
Martedì 16 Giugno 2009 - cultura,
E' necessario ricostruire una antologia odierna del pensiero attorno ai migranti e alla clandestinità per individuare strade che portino i nostri territori fuori dal solco dalla paura e dell'angoscia che la politica coltiva e fa divampare come un incendio per ricattare le popolazioni e nascondere la sua incapacità di rispondere a quesiti ed insicurezze ben più centrali all'attuale situazione economica e sociale.Il noto scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun si interrogava qualche anno fa sui contorni di una 'ospitalità francese'. Davanti alla pigrizia della politica nostrana che gioca la carta emotiva perché incapace di usare quella della ragione e del pensiero, lanciamo la scommessa di una analisi e di una riflessione senza ipocrisie attorno allo stato di salute di una 'ospitalità italiana'. Cominciare con un testo che riteniamo importante dell'amico e nostro conterraneo Ilvo Diamanti mi pare di buon auspicio.
L'UMANITA' E' UNA SOLA. QUANDO SVANISCE LA PIETA'.
Gli stranieri continuano ad arrivare. Da est e da sud. Per terra e
soprattutto per mare. Con ogni mezzo. Barche, barchini, barconi e gommoni.
Partono in tanti. Ogni giorno. Uomini, donne e bambini. E in molti non
arrivano. Quel piccolo pezzo di mare che separa l'Africa dalla Sicilia e' un
cimitero dove giacciono un numero imprecisato di imbarcazioni e migliaia di
persone. Persone? Per definirle tali dovremmo ‘percepirle’. Invece non
esistono. Sono "clandestini" quando si mettono in viaggio e quando riescono
ad entrare nei paesi di destinazione. Ma anche quando vengono ammassati nei
Cpa. Migranti perenni. Non riescono a trovare una nuova sistemazione -
stabile e riconosciuta - ma non possono neppure tornare indietro.
Come i 140 stranieri raccolti e trasportati dal cargo Pinar. Rimpallati fra
l'Italia - che alla fine li ha accettati - e Malta. Indisponibile. Perché
la fuga dall'Africa e dall'Asia, come l'esodo dai paesi dell'est europeo,
spaventa tutti i paesi ricchi. Non solo noi. La vecchia Europa vorrebbe
diventare fortezza. Trasformare il Mediterraneo in un canale inaccessibile.
A cui mancano i coccodrilli, ma non gli squali. Eppure, nonostante la
politica della fermezza, la tolleranza-meno-uno, i Cpa e migliaia di
espulsioni, nonostante tutto i flussi non si fermano. Gli sbarchi proseguono
senza sosta. Da gennaio ad oggi: oltre seimila. Il doppio rispetto allo
stesso periodo dell'anno precedente. Che gia' aveva segnato il livello più
alto della nostra storia di immigrazione. Breve e travolgente. Nel 2008
erano sbarcati sulle nostre coste 37.000 stranieri. Quasi il doppio del
2007. Difficile non nutrire dubbi sulla produttività delle nostre politiche
e della nostra politica. Anche se l'attuale maggioranza di governo ha vinto
le elezioni promettendo di fermare gli stranieri. Di bloccare l'invasione.
Con le buone ma soprattutto con le cattive.
Propositi chiari ma, fin qui, inattuati. Semplicemente perché inattuabili.
Quando a migliaia intraprendono il viaggio sulle carrette del mare, stipati
come animali. Come i disperati del Pinar. Dietro alle spalle le storie
terribili raccontate da Francesco Viviano, su queste pagine, nei giorni
scorsi. In fuga da persecuzioni, conflitti etnici. Dalla fame. Disposti a
tutto. A ogni costo. Come la ragazza annegata con il suo bimbo in grembo,
nelle acque davanti a Malta.
Questa emigrazione è una tragedia senza fine. Che, tuttavia, non ci
commuove. Anzi, suscita perlopiù distacco e ripulsa. Difficile non cogliere
la differenza con l'onda emotiva e la solidarietà sollevate dalla
catastrofe in Abruzzo. Ma noi riusciamo a provare pietà e solidarietà solo
quando le tragedie accadono sotto i nostri occhi. Quando i media le
illuminano, minuto per minuto, luogo per luogo, in modo quasi compiaciuto.
Quando la politica le accompagna e le segue da vicino. Perché si tratta
della ‘nostra’ gente. Allora ci emozioniamo. Gli ‘altri’, invece, non hanno
volto. Le loro tragedie non hanno quasi mai le aperture dei telegiornali.
Gli sbarchi vengono raccontati come una calamità. Per noi. E a nessuno,
comunque, verrebbe in mente di organizzare un G8 a Lampedusa. Non solo per
ragioni logistiche.
Naturalmente, si tratta di considerazioni che possono apparire ‘buoniste’,
fradice di retorica. E con la retorica non si risolvono i problemi. Non si
proteggono le città insicure. I cittadini minacciati dalla nuova
criminalità etnica, dai ‘clandestini’ che affollano le periferie.
D'altronde, in pochi anni siamo diventati un paese di grande immigrazione.
Quasi come la Francia e la Germania. Fino a ieri eravamo noi, italiani, a
disperderci nel mondo, a milioni, per fuggire la miseria. Ora invece ci
sembra che il mondo si stia rovesciando su di noi. E questo mondo è troppo
grande per stare dentro a casa nostra, dentro alla nostra testa. Noi non
siamo in grado di controllarlo ne' di comprenderlo. Non ci riusciamo noi. Ma
non ci riescono, soprattutto, i poteri economici e finanziari, le
istituzioni di governo. In balia dei collassi delle banche e delle borse,
delle guerre, del terrorismo, delle epidemie. La politica non riesce a
difenderci ma neppure a spiegarci ciò che avviene. E rinuncia a contrastare
le nostre paure. Anzi, complici i media, le enfatizza. Inventa muri e
confini che non esistono. Promette di chiudere i nostri mari, di sbarrare le
frontiere. Promette di difenderci, a casa nostra, dagli stranieri che si
insinuano nei nostri quartieri. Ricorrendo a iniziative a bassa efficacia
pratica e a elevato impatto simbolico. Come le ronde. I volontari della
sicurezza locale. Dovrebbero esercitare il controllo sul territorio un tempo
affidato alle reti di vicinato, alla vita di quartiere, alla presenza
quotidiana delle persone. Rimpiazzando una società locale che non c'è
più. La politica promette di difendere la nostra identità, la nostra
religione, la nostra cultura, la nostra cucina. E per questo combatte contro
la costruzione di moschee. Oppure lancia battaglie gastroculturali. Contro i
cibi consumati per strada. Anzitutto e soprattutto: contro il kebab. Insieme
alle moschee: icona dell'islamizzazione presunta del nostro paesaggio e
della nostra vita quotidiana.
La politica e le politiche usate come placebo. Per rassicurare senza
garantire sicurezza. Per guadagnare voti e consenso. La Lega, secondo i
sondaggi, sembra essere riuscita a superare i confini del Nord padano e ad
espandersi nelle regioni dell'Italia centrale. Tradizionalmente di sinistra.
Ma la retorica della ‘protezione dal mondo’, la costruzione della paura, non
riguardano solo la Lega. E neppure solo la destra. Perché gli stranieri
possono ‘servire’, politicamente e culturalmente, ma tanto in quanto le
distanze fra noi e loro sono visibili e marcate. Tanto in quanto restano
stranieri. Oggi, domani. Sempre. Lontani e diversi. In questo modo ci
permettono di ritrovare noi stessi. Di ricostruire - artificialmente, per
opposizione e paura - la nostra identità e la nostra comunità perduta. A
condizione di fingere: che le nostre frontiere immaginarie, i nostri muri
emotivi possano arrestare l'onda degli stranieri. A condizione di non
vedere. Diventare ciechi e cinici. Perdere gli occhi e il cuore.
Da 'Repubblica' del 26.04.09.
L'UMANITA' E' UNA SOLA. QUANDO SVANISCE LA PIETA'.
Gli stranieri continuano ad arrivare. Da est e da sud. Per terra e
soprattutto per mare. Con ogni mezzo. Barche, barchini, barconi e gommoni.
Partono in tanti. Ogni giorno. Uomini, donne e bambini. E in molti non
arrivano. Quel piccolo pezzo di mare che separa l'Africa dalla Sicilia e' un
cimitero dove giacciono un numero imprecisato di imbarcazioni e migliaia di
persone. Persone? Per definirle tali dovremmo ‘percepirle’. Invece non
esistono. Sono "clandestini" quando si mettono in viaggio e quando riescono
ad entrare nei paesi di destinazione. Ma anche quando vengono ammassati nei
Cpa. Migranti perenni. Non riescono a trovare una nuova sistemazione -
stabile e riconosciuta - ma non possono neppure tornare indietro.
Come i 140 stranieri raccolti e trasportati dal cargo Pinar. Rimpallati fra
l'Italia - che alla fine li ha accettati - e Malta. Indisponibile. Perché
la fuga dall'Africa e dall'Asia, come l'esodo dai paesi dell'est europeo,
spaventa tutti i paesi ricchi. Non solo noi. La vecchia Europa vorrebbe
diventare fortezza. Trasformare il Mediterraneo in un canale inaccessibile.
A cui mancano i coccodrilli, ma non gli squali. Eppure, nonostante la
politica della fermezza, la tolleranza-meno-uno, i Cpa e migliaia di
espulsioni, nonostante tutto i flussi non si fermano. Gli sbarchi proseguono
senza sosta. Da gennaio ad oggi: oltre seimila. Il doppio rispetto allo
stesso periodo dell'anno precedente. Che gia' aveva segnato il livello più
alto della nostra storia di immigrazione. Breve e travolgente. Nel 2008
erano sbarcati sulle nostre coste 37.000 stranieri. Quasi il doppio del
2007. Difficile non nutrire dubbi sulla produttività delle nostre politiche
e della nostra politica. Anche se l'attuale maggioranza di governo ha vinto
le elezioni promettendo di fermare gli stranieri. Di bloccare l'invasione.
Con le buone ma soprattutto con le cattive.
Propositi chiari ma, fin qui, inattuati. Semplicemente perché inattuabili.
Quando a migliaia intraprendono il viaggio sulle carrette del mare, stipati
come animali. Come i disperati del Pinar. Dietro alle spalle le storie
terribili raccontate da Francesco Viviano, su queste pagine, nei giorni
scorsi. In fuga da persecuzioni, conflitti etnici. Dalla fame. Disposti a
tutto. A ogni costo. Come la ragazza annegata con il suo bimbo in grembo,
nelle acque davanti a Malta.
Questa emigrazione è una tragedia senza fine. Che, tuttavia, non ci
commuove. Anzi, suscita perlopiù distacco e ripulsa. Difficile non cogliere
la differenza con l'onda emotiva e la solidarietà sollevate dalla
catastrofe in Abruzzo. Ma noi riusciamo a provare pietà e solidarietà solo
quando le tragedie accadono sotto i nostri occhi. Quando i media le
illuminano, minuto per minuto, luogo per luogo, in modo quasi compiaciuto.
Quando la politica le accompagna e le segue da vicino. Perché si tratta
della ‘nostra’ gente. Allora ci emozioniamo. Gli ‘altri’, invece, non hanno
volto. Le loro tragedie non hanno quasi mai le aperture dei telegiornali.
Gli sbarchi vengono raccontati come una calamità. Per noi. E a nessuno,
comunque, verrebbe in mente di organizzare un G8 a Lampedusa. Non solo per
ragioni logistiche.
Naturalmente, si tratta di considerazioni che possono apparire ‘buoniste’,
fradice di retorica. E con la retorica non si risolvono i problemi. Non si
proteggono le città insicure. I cittadini minacciati dalla nuova
criminalità etnica, dai ‘clandestini’ che affollano le periferie.
D'altronde, in pochi anni siamo diventati un paese di grande immigrazione.
Quasi come la Francia e la Germania. Fino a ieri eravamo noi, italiani, a
disperderci nel mondo, a milioni, per fuggire la miseria. Ora invece ci
sembra che il mondo si stia rovesciando su di noi. E questo mondo è troppo
grande per stare dentro a casa nostra, dentro alla nostra testa. Noi non
siamo in grado di controllarlo ne' di comprenderlo. Non ci riusciamo noi. Ma
non ci riescono, soprattutto, i poteri economici e finanziari, le
istituzioni di governo. In balia dei collassi delle banche e delle borse,
delle guerre, del terrorismo, delle epidemie. La politica non riesce a
difenderci ma neppure a spiegarci ciò che avviene. E rinuncia a contrastare
le nostre paure. Anzi, complici i media, le enfatizza. Inventa muri e
confini che non esistono. Promette di chiudere i nostri mari, di sbarrare le
frontiere. Promette di difenderci, a casa nostra, dagli stranieri che si
insinuano nei nostri quartieri. Ricorrendo a iniziative a bassa efficacia
pratica e a elevato impatto simbolico. Come le ronde. I volontari della
sicurezza locale. Dovrebbero esercitare il controllo sul territorio un tempo
affidato alle reti di vicinato, alla vita di quartiere, alla presenza
quotidiana delle persone. Rimpiazzando una società locale che non c'è
più. La politica promette di difendere la nostra identità, la nostra
religione, la nostra cultura, la nostra cucina. E per questo combatte contro
la costruzione di moschee. Oppure lancia battaglie gastroculturali. Contro i
cibi consumati per strada. Anzitutto e soprattutto: contro il kebab. Insieme
alle moschee: icona dell'islamizzazione presunta del nostro paesaggio e
della nostra vita quotidiana.
La politica e le politiche usate come placebo. Per rassicurare senza
garantire sicurezza. Per guadagnare voti e consenso. La Lega, secondo i
sondaggi, sembra essere riuscita a superare i confini del Nord padano e ad
espandersi nelle regioni dell'Italia centrale. Tradizionalmente di sinistra.
Ma la retorica della ‘protezione dal mondo’, la costruzione della paura, non
riguardano solo la Lega. E neppure solo la destra. Perché gli stranieri
possono ‘servire’, politicamente e culturalmente, ma tanto in quanto le
distanze fra noi e loro sono visibili e marcate. Tanto in quanto restano
stranieri. Oggi, domani. Sempre. Lontani e diversi. In questo modo ci
permettono di ritrovare noi stessi. Di ricostruire - artificialmente, per
opposizione e paura - la nostra identità e la nostra comunità perduta. A
condizione di fingere: che le nostre frontiere immaginarie, i nostri muri
emotivi possano arrestare l'onda degli stranieri. A condizione di non
vedere. Diventare ciechi e cinici. Perdere gli occhi e il cuore.
Da 'Repubblica' del 26.04.09.











