Riflessioni sul Dal Molin
Lunedì 26 Marzo 2007 - politica, Vicenza e medio vicentino,
quando le stesse si trovarono le porte sbarrate e il consiglio comunale "occupato" da una claque di adolescenti con felpe e striscioni di Forza Italia, fatti entrare semiclandestinamente da una porta secondaria.
Il 5 marzo, una ventina di cittadini di Schio del comitato No Dal Molin, attendendo in piazza l'inizio dei lavori del consiglio comunale in cui si sarebbe discussa una mozione di FI a favore del Dal Molin "stars & stripes", venivano fermati e identificati dai carabinieri. Dopo alcuni giorni, si apprendeva dai giornali locali che queste persone erano state denunciate per "manifestazione non autorizzata".
Due episodi che, per la loro portata e per il loro esplicito significato, non possono essere sottovalutati. Da un lato la chiusura e l'uso privato degli spazi pubblici e comuni, da parte di una forza politica che vuole "occupare" manu militari l'istituzione stessa; dall'altro, il tentativo evidente di intimidire e criminalizzare, attraverso lo strumento penale e giudiziario, cittadini che esercitano legittimamente i propri diritti.
Quanto successo a Vicenza e Schio si puó collocare in un più ampio ragionamento sulla crisi della politica e sul conflitto ineludibile tra democrazia formale e sostanziale, oltre che sul diritto a dissentire e a "praticare" cittadinanza.
Vicenza é a tutti gli effetti un laboratorio di nuova soggettività moltitudinaria e biopolitica, che trae linfa vitale nell'insorgenza della comunità locale e nella frattura ontologica del rapporto ultracinquantennale tra città e presenza militare statunitense. Un movimento che, per la sua stessa esistenza e per la contraddizione che rappresenta, si scontra con la chiusura ermetica della rappresentanza politica, impegnata a difendere il proprio status quo, che porta il ceto politico, locale e nazionale, a rivendicare, attraverso un processo di separatezza dalla società reale, il monopolio della gestione della cosa pubblica, tagliando i ponti tra rappresentanti e i rappresentati. Si é scavato un solco profondo nel terreno della mediazione sociale e politica, facendo saltare volutamente la saldatura tra demos e cratos, tra cittadinanza e governo istituzionale della res publica, trasformato invece in arrogante e autoritario esercizio di potere e comando.
La lotta comunitaria di Vicenza, locale ma non localistica, perché si colloca immediatamente in uno scenario globale, impatta quindi con meccanismi coercitivi che puntano a limitarne l'agibilità e il consenso. D'altro canto, l'inasprimento nel rapporto con il "palazzo", con l'autonomia del politico che punta alla propria autoconservazione, non puó che costringerci a ragionare in maniera più approfondita su tutta la materia.
Le nuove forme di governance delle dinamiche sociali e produttive confliggono immediatamente con l'autonomia dei movimenti sociali, e questa conflittualità é resa ancor più evidente dall'insufficienza dei partiti e del ruolo da loro ricoperto, all'interno dell'attuale fase storica, contrassegnata dalla ridefinizione dei compiti e delle responsabilità di governo a livello locale e globale. Qui si scoprono anche i limiti oggettivi della sinistra figlia di Porto Alegre, della democrazia partecipativa, sempre più specchietto per le allodole, immagine funzionale a nascondere la propria crisi.
In questo quadro desolante, ai cittadini viene disconosciuto di fatto il diritto ad essere parte attiva nella scrittura della storia dei luoghi dove essi vivono, nella possibilità di essere protagonisti della narrazione collettiva che individua e pratica la sintesi tra il possibile e il desiderabile.
L'irriducibilità delle istanze espresse dal movimento vicentino, attraverso il rifiuto di qualsiasi sorta di tavolo di "riduzione del danno", e la sua precisa scelta di non delegare la propria rappresentanza, non confrontandosi con il terreno elettorale con una propria lista, e non cercando spazio per alcune sue figure significative e riconoscibili in liste di partiti tradizionali, spiazza e mette in difficoltà tutto il quadro della politica istituzionale.
Nonostante tutta questa serie di fattori, nonostante l'ormai chiaro abbandono della politica "ufficiale" della questione vicentina, anche da parte della cosiddetta sinistra radicale (se non qualche apprezzabile caso soggettivo), pur scesa in piazza nella straordinaria manifestazione del 17 febbraio (dalla quale sembra passato un secolo), in nome della governabilità e del mantenimento in vita del governo Prodi, nonostante tutto ció il movimento vicentino non arretra, si prepara anzi a costruire forme di resistenza pacifiche da un lato al tentativo di restringere gli spazi di democrazia, e dall'altro all'inizio dei lavori di costruzione della base. Qui si aprirà uno scenario con cui, volenti o nolenti, chi comanda dovrà confrontarsi. Sic et simpliciter!
Olol Jackson











