L'AQUILA E LO SCIACALLO

Giovedì 09 Aprile 2009 - cultura,

Lo sciacallo è multiforme.Il terremoto che ha colpito l’Aquila e la sua provincia ha molto da insegnarci sulle carenze dello Stato e dei suoi rappresentanti nonché sull’opportunismo mediatico di varia natura che si è dispiegato. Sciacalli non sono stati soltanto i soliti disgraziati che sono andati a fare razzie fra le macerie delle case sotto le quali la gente stava morendo, ma anche i Vespa, vesponi e altri vespini che ronzavano attorno alle macerie alla ricerca di sofferenze devastanti da offrire sul piatto dell’auditel. Più lacrime, più disperazioni, più strazi possibili sotto i riflettori che illuminano sfondi apocalittici di una città, di paesi rasi al suolo che vengono trasformati in palcoscenico dove il cronista diventa il protagonista e l’eroe orfico. Sciacalli i politici come il nostro presidente del consiglio il cui fiuto mediatico non ha perso l’occasione del disastro per assumere l’immagine del buon padre salvatore della nazione colpita al cuore. Il ricco potente che s’inchina davanti all’immane sofferenza della povera gente. Oltre al fiuto mediatico il presidente non ha neppure lesinato sul suo fiuto primario di mattonaro. Il presidente deve la sua prima ascesa proprio alle indefesse colate di cemento che hanno segnato il declino culturale e civile dell’Italia fino al punto in cui quell’Italia mediatizzata e cementificata l’ha scelto come suo ormai indiscusso leader. Il nostro presidente è il capotribù di quelli per cui il buongiorno si vede dal mattone (vi ricordate qualche anno fa le promesse di unàItalia che sarebbe diventata un grande cantiere), come lo dimostrano la freschissima sconcezza del piano casa fatto per affondare ulteriormente il paesaggio e l’identità italica sui modelli delle infinite periferie della sua Lombardia 2, la politica delle grandi opere che fanno scempio del diritto dei cittadini a vivere e pensare il proprio territorio e che asservisce organi amministrativi dello Stato (vedi le sentenze del Consiglio di Stato sul Mose, sulla Valdastico Sud e a favore del Dal Molin base americana, solo per parlare di cose nostrane venete che sono la plateale esibizione della vergognosa supinità di giudici la cui nomina è politica e le competenze in giustizia amministrativa non sempre accertate: da leggere al più prestoi il libro di Fabio Cassola, L’ingiustizia amministrativa,Edizioni Polistampa, Firenze, 2008) in modo tale da farne degli strumenti antecostituzionali e borbonici per ridurre al silenzio il diritto dei cittadini che cos“ vengono espropriati dalle loro case per fare spazio ad autostrade inutili, superstrade ridondanti e in esubero.
Il terremoto dell’Aquila ha offerto al nostro presidente l’occasione di mettere alla prova la sua deleteria idea appena partorite delle new town. Città dall’improbabile novità sennonché d’insulsa salsa di fast building (come c’è il fast food) e di mala edilizia. Le ruspe butteranno giù ciò che non è caduto e, a sentire il passo assunto da chi si è arrogato l’incarico di capocantiere, trasformeranno quell’Abruzzo parte più profonda, materna e ctonia della nostra italianità per farne un sorbetto sintetico e adulterato, incongruo e insipido della grigia periferia milanese. La cosiddetta ricostruzione sarà un’ulteriore e più profonda distruzione di quanto ha fatto il terremoto: la proposta degli Stati Uniti e di Obama di finanziare il restauro dei Beni culturali può solo suonare da impiccio per chi i Beni culturali gli fa gestire da suoi servili adoranti come Bondi che da parte sua si fa aiutare da manager della Mac Donald per fare dei siti archeologici dei copioni di Disneyworld.
Chi conosce quelle zone dell’Abruzzo e la resistenze della gente che ci vive perché ha scelto di vivere e rimanere a vivere in quei villaggi nelle solitudini dell’inverno e del freddo quando i turisti sono tornati nelle loro pianure fangose e ormai alluvionate dalla minima pioggia, si sente profondamente sconvolto e squarciato nell’anima da quanto è accaduto, ma anche turbato, afflitto e allarmato per lo sciacallaggio mediatico ed edilizio che è selvaggiamente scoppiato la dove servono solo mani, lavoro, cultura radicata e silenzio. Silone ricordava già come per la cultura abruzzese il terremoto è l’ospite necessario imperscrutabile, oscuro e arcano con cui la terra d’Abruzzo deve fare i conti. In quelle terre difficile e dalla sconvolgente bellezza naturale e popolare scaturisce la resistenza profonda e imperturbabile delle culture italiche e delle nostre radici intime, recondite ed esclusive.

a cura di: Comitato t.t. O. e A.v.