La Cina é vicina. Anzi, é già arrivata

Martedì 04 Febbraio 2003 - economia,

Per il modello Nordest si profila una nuova minaccia: un concorrente per il quale il costo del lavoro é l'8 per cento del nostro

Allarme degli imprenditori: copiano i nostri prodotti, li producono meglio e li vendono a prezzi stracciati
Il suo capo politico, Umberto Bossi, ce l'ha col Cinese, alias Sergio Cofferati. Ma lui, che si é sempre ritenuto un imprenditore in prestito temporaneo alla politica (con la Lega, appunto), é molto più preoccupato dei cinesi: quelli veri.Non perché sono tanti (non solo, almeno), ma perché rischiano di destabilizzare il mercato: a partire da quello di un Nordest che, dopo aver superato test di tutti i tipi, rischia stavolta di pagarla dura sul serio.

D'altra parte Giuseppe Covre, imprenditore trevigiano del mobile-arredamento, aveva già fiutato l'aria direttamente sul posto, quand'era ancora parlamentare: ´Quattro anni fa ci eravamo recati in Cina con una delegazione della quale faceva parte anche l'attuale ministro Antonio Marzano. Avevamo toccato con mano la straordinaria capacità dei cinesi di lavorare sopportando anche le condizioni più dure. E in quell'occasione, operatori economici e bancari italiani presenti da tempo sul posto ci avevano segnalato che l'Occidente avrebbe dovuto prepararsi ad affrontare una sfida particolarmente impegnativaª.

Quella previsione si é puntualmente avverata: ´Per la mia esperienza diretta, ma che trova conferma nelle indicazioni che mi giungono da colleghi imprenditori tedeschi, francesi, spagnoli, la Cina ormai non é più vicina; é arrivata in mezzo a noi, e a tutto campo, dai semilavorati alla componentistica. Con una costante: ci copiano, fanno meglio, e vendono a prezzi di gran lunga più bassiª.

Attenzione, segnala Covre, é qualcosa di completamente diverso dalla delocalizzazione tradizionale, cos' come la stiamo sperimentando soprattutto con i Paesi del centro-est europeo: ´Investire l' conviene a noi, e aiuta loro a uscire dalla traumatica esperienza di un regime durato mezzo secolo. Un po' alla volta assumono i nostri stili di vita, perché in fin dei conti sono europei. E non é una concorrenza da tenere: la produttività é più bassa, ma viene compensata dal minor costo. Con la Cina é tutto diverso: si tratta di una realtà lontanissima dal nostro modo di concepire la vita, e che diventerà inevitabilmente una nostra concorrente spietataª.

Il motivo sta soprattutto nel costo del lavoro, ´che é l'8 per cento del nostroª, sottolinea Covre, soprattutto per l'assenza di quella rete di tutele e di garanzie proprie dell'Occidente: ´A un imrpenditore nostro, l'operaio costa 4 milioni, cifra di cui lui prende la metà. In Cina, l'operaio prende 250.000 lire, e il costo del lavoro si esaurisce tutto l'. Senza contare che i cinesi lavorano sei giorni su sette, dodici ore al giorno; e di voci come ferie, previdenza, assistenza eccetera, non sanno neppure il significatoª.

» una situazione che inevitabilmente incide in modo rilevante sull'assetto del mercato. Covre cita un esempio personale: ´Noi produciamo carrellini in metallo con piano in legno, per cucina, barbecue e simili. Al commerciante lo vendiamo a una cifra compresa tra le 250 e le 350mila lire, a seconda del modello. In Fiera a Parigi ne abbiamo visto un giorno uno identico, prodotto in Cina, copiato alla perfezione, e fatto oltretutto con materiali migliori: costava 60.000 lire. E un lavello inox qualsiasi a noi non costa mai meno di 60.000 lire, mentre i cinesi lo piazzano a 13.000ª. Neppure i costi del trasporto incidono più : ´Oggi, portare dei container via mare dalla Cina in Europa costa praticamente quasi la stessa cifra che inviarli via camion da Schio a Gioia Tauroª.

Tutto ció pone problemi da affrontare prima che sia troppo tardi, come stanno sperimentando già in Germania, ´dove ho notizia che falliscono un centinaio di aziende alla settimanaª. Ci vogliono dunque delle regole che facciano argine al liberismo sfrenato: ´Dev'esserci un prezzo di vendita stabilito a livello internazionale sotto il quale non si possa andare. Altrimenti si finirà per non tenere conto di problemi come i rifiuti, la sicurezza, l'ambiente, le tutele sociali. E si correrà il serio rischio che venga distrutto il nostro apparato produttivo. Siamo solo all'inizio di un fenomeno che ci deve preoccupareª.

Anche perché, conclude Covre, la partita é impari, tra chi ha regole e chi no.Il che induce a una riflessione legata all'attualità del dibattito in atto in Italia sul lavoro: ´Rivedere lo welfare attuale é una necessità, prima che siano fattori esterni a sbriciolarloª.

Francesco Jori
fonte: il Gazzettino Online

a cura di: Comitato t.t. O. e A.v.