aumento esagerato in pochi anni dei capannoni nel veneto
Mercoledì 12 Febbraio 2003 - industrie,
Decuplicati in pochi anni i capannoni. I dubbi di una regione ricca e senza disoccupati ´Troppe industrie in Veneto. Non avremo esagerato?’
di GIAN ANTONIO STELLA
Immaginatevi un capannone alto 10 metri e largo 28 che vada diritto per oltre 200 chilometri da Venezia a Trento: ecco cosa é stato costruito, negli ultimi cinque anni, in quello che restava della campagna veneta. Solo nel 2001 ne sono stati tirati su, di quei bestioni industriali, 42 chilometri lineari, per una superficie totale, se ci metti i parcheggi e i servizi e le piazzole di smistamento, di 2 milioni e 530 mila metri quadri di superficie. Una volta e mezzo il principato di Monaco. Più i supermercati e i magazzini e i condomini e le villette fino a sfondare un totale di 30 milioni di metri cubi, pari a un capannone come quello descritto lungo 105 chilometri e 633 metri. Finché anche i veneti più sgobboni, febbrili e curvi sul lavoro sono stati finalmente colti da un dubbio: non avremo esagerato? A Orgiano, un paese di 2.700 anime sotto i colli Berici, in provincia di Vicenza, la risposta se la sono data: basta.
E chiedendosi ´perché sia necessario aprire nuove fabbriche se non c’é disoccupazione’ e ´deturpare una delle rare aree incontaminate con strade, cave, discariche e industrie’, hanno raccolto 1.500 firme, quelle della stragrande maggioranza degli aventi diritto al voto, contro il nuovo piano regolatore che dava via libera all’ennesimo polo produttivo. Varato per un voto ma accolto da una tale rabbia popolare da costringere il sindaco a chiedere una scorta ai carabinieri.
Sono anni che il Veneto tira, tira, tira. Basti pensare che la provincia di Treviso, che nel 1968 esportava l’equivalente attuale di 72 milioni di euro, ne ha esportati nel 2001 la bellezza di 8 miliardi e 561 milioni: 118 volte di più.
La disoccupazione é a zero, imprenditori come Giorgio Stragliotto nella operosa Rossano confessano di essere arenati perché non trovano ´almeno altri 25 extracomunitari’ da assumere nonostante la paga buona e l’aiuto a trovar casa, la crisi si sente ma un po’ meno che da altre parti grazie a un sistema piuttosto elastico, il reddito pro capite é nettamente superiore alla media europea. Il prezzo pagato sul piano ambientale, peró, é pesante.
Nell’arco di due decenni, dal 1961 al 1982, spiega Domenico Luciani, presidente di quella Fondazione Benetton che ha cercato tra i primi di studiare i risvolti peggiori del ´felice caos’ all’origine del miracolo del Nordest, ´hanno cambiato destinazione d’uso più aree agricole di quanto non fosse accaduto nella storia dei millenni precedenti. Nella provincia di Padova, la superficie agricola é scesa da 1.878 chilometri quadrati (88% della superficie totale) a 1.419 (66 %); in quella di Treviso da 2.242 chilometri quadrati (90%) a 1.480 (59%); in quella di Vicenza da 2.423 chilometri quadrati (89%) a 1.331 (49%); nell’arco di una generazione (poi il fenomeno prosegue seppure con un relativo rallentamento)’. E mica c’é stato un ripensamento, dopo quella sfuriata accumulatrice: dei 1.320.813 ettari di verde agricolo rimasti in quel 1982, lo sviluppo industriale, commerciale e abitativo se n’é mangiato in tutta la regione altri 116.536. E poiché se li é mangiati quasi tutti in pianura, che rappresenta poco più della metà del territorio regionale, é come se se ne fosse divorati il doppio. Matelda Reho e altri urbanisti della facoltà di Architettura di Venezia, a proposito di quegli anni benedetti e insieme maledetti tra il ’55 e l’82, hanno calcolato che nell’area di Treviso mentre la popolazione cresceva del 45%, il consumo di suoli agricoli per uso industriale o abitativo ebbe un’impennata del 334%. Con vette pazzesche a Casier (da 13 ettari cementificati a 233), Ponzano (da 35 a 311), a Silea: da 15 a 194, con un aumento del 1.300 per cento. Il risultato lo puoi vedere nel calcolo delle zone industriali. Meglio: nell’impossibilità di calcolarle. L’accelerata é stata infatti cos' vorticosa che nessuno sa esattamente quante siano queste aree produttive. Federico Della Puppa, che sta censendole per conto ancora della Fondazione Benetton, le stima in ´oltre duemila’. Ma anche lui, che ama i numeri esatti, non é in grado di essere più preciso. Fate i conti: tolti quelli di montagna e gran parte di quelli collinari, i 444 comuni veneti di pianura hanno quattro o cinque aree industriali. E poi: cosa vuol dire ´area industriale’ se, a leggere i dossier dell’Associazione Industriali di Bassano, le imprese che operano ´all’interno del centro abitato’ di questo o quel paese sotto il Grappa sono addirittura il 32%? Colti da un brivido, il presidente Giancarlo Galan e la maggioranza di centro-destra che governa la Regione hanno schiacciato il freno: fino a luglio di nuovi insediamenti neanche a parlarne. Cos' come é frenata, per ora, la nuova legge urbanistica (i progetti sono sette) che dovrebbe delegare più potere ai sindaci. Ipotesi paventata proprio da chi il sindaco l’ha fatto come Beppe Covre, gi? deputato della Lega, che dopo aver governato per anni Oderzo avverte: ´Attenzione! Attenzione! Io mi batto da anni per il principio della sussidiarietà ma in questo caso il rischio é altissimo: il sindaco di un paese, se non puó farsi scudo con la Regione, non é in grado di opporsi a chi si offre di metter su una nuova impresa e di assumere cento persone’. Tutto fermo, dunque. Nel frattempo, nonostante l’irritato scalpitare di qualche imprenditore di vista corta, la Regione dovrebbe compiere, capannone per capannone, la prima ´radiografia’ mai fatta al sistema produttivo veneto. Il primo dato gi? emerso toglie il respiro: nella sola provincia di Treviso, secondo l’assessore al Territorio Antonio Padoin, le zone industriali sono 556 e occupano complessivamente 56 milioni e 430 mila metri quadrati. Una superficie pazzesca, che dimostra con chiarezza abbagliante quello che tutti i trevisani sanno. E cioé che molto spazio, come dicono a Castelfranco gli autori d’un dossier sui capannoni abbandonati, é stato buttato via. Sprecato per la megalomania di ex- poareti fortunosamente arrivati al successo, per la mancanza totale di coordinamento, per l’insipienza degli amministratori locali. E il tragico é che gli spazi verdi spazzati via dal cemento (che divora tra l’altro milioni e milioni di metri cubi di sabbia e materiali vari estratti da 591 cave regionali) sarebbero secondo Luca Zaia, presidente della provincia, ancora di pi?: 72 milioni e 117 mila metri quadrati. Un delirio. Eppure, mentre dall’America scienziati come Federico Faggin invitano inutilmente a investire di più sulla tecnologia e i prodotti di altissimo livello superando la logica fino a ieri vincente ma perversa di puntare troppo su un’industria specializzatissima ma vecchia che fa del Veneto la regione con la più alta produzione pro-capite di rifiuti industriali e nocivi, si continua a costruire, costruire, costruire. Ancora nel 2002, in Italia, per ogni ettaro sono stati edificati 7,9 metri cubi di cemento. Nel Veneto, spiega Della Puppa, oltre il doppio: 17,9. Un incremento che avrebbe portato la Regione ad avere ormai almeno 175 milioni di metri quadri coperti da capannoni industriali. Pi? i terreni di servizio intorno, più le strade, più gli ipermercati, più i centri direzionali e le palestre e le ville a schiera... Certo, la bella campagna veneta di un tempo era maledetta dai poveretti che a milioni furono costretti dalla fame e dalla pellagra ad andarsene a ´ catàr fortuna’ all’estero. Solo i poeti la possono piangere, cos' com’era. Peró...
Gian Antonio Stella
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